Ogni anno il Festival di Sanremo non è solo musica.
È racconto collettivo. È rappresentazione. È cultura che entra nelle case di milioni di persone.
La presenza sul palco di persone con disabilità, accompagnata dal messaggio “Io sono come te”, è stata sicuramente animata da una buona intenzione. E questo va riconosciuto.
È giusto valorizzare la disabilità.
È giusto, soprattutto, dare spazio anche alle disabilità intellettive, che troppo spesso restano ai margini del dibattito pubblico, meno visibili, meno raccontate, più trascurate.
Ma oggi possiamo fare un passo in più.
Non abbiamo bisogno di essere “uguali”
Dire “Io sono come te” è un messaggio rassicurante.
Cerca di creare vicinanza, di abbattere la distanza.
Però io credo che non abbiamo bisogno di essere dichiarati “uguali” per essere rispettati.
Siamo diversi.
E va bene così.
La disabilità non è qualcosa da nascondere o da rendere invisibile per essere accettati. Non serve dire che siamo identici per meritare spazio.
Attenzione al rischio del pietismo
Quando si parla di disabilità — soprattutto intellettiva — il confine tra valorizzazione e pietismo è sottile.
La rappresentazione deve essere autentica, non emotivamente indulgente.
Non deve suscitare compassione, ma riconoscimento.
Le persone con disabilità non hanno bisogno di essere guardate con tenerezza.
Hanno bisogno di essere guardate con rispetto.
Il rispetto nasce dalla consapevolezza delle differenze, non dalla loro cancellazione.
Il problema non è la diversità. È la mancanza di pari opportunità.
Il punto centrale non è dimostrare che “siamo come tutti”.
Il punto è garantire pari opportunità a tutti, anche quando le condizioni di partenza sono diverse.
Il problema non è la diversità.
Il problema nasce quando la società non è progettata per includerla.
Quando mancano strumenti, accessibilità, percorsi educativi adeguati, inserimento lavorativo reale, cultura dell’inclusione.
Un messaggio più maturo
Io avrei voluto sentire un messaggio più adulto, più onesto, più coraggioso:
Le differenze esistono.
Le disuguaglianze anche.
E la responsabilità è collettiva.
Valorizzare la disabilità — anche quella intellettiva — significa riconoscerla senza edulcorarla, senza pietismo, senza slogan rassicuranti.
L’inclusione vera non nasce dall’omologazione.
Nasce dal riconoscimento delle differenze e dalla costruzione concreta di opportunità per tutti.
Ed è lì che, secondo me, dobbiamo andare.
Un passo avanti possibile
Voglio essere chiaro su un punto:
l’intenzione va riconosciuta.
È evidente che il messaggio fosse animato da una volontà positiva. Dare spazio alle persone con disabilità, valorizzare anche le disabilità intellettive — che troppo spesso restano invisibili — è un segnale importante. E questo non è da sottovalutare.
Non sto mettendo in discussione la buona fede.
Sto dicendo che oggi possiamo fare un passo in più.
Possiamo superare lo slogan rassicurante.
Possiamo evitare il rischio del pietismo.
Possiamo scegliere una narrazione più adulta.
Perché non abbiamo bisogno di sentirci dire “Io sono come te” per essere rispettati.
Abbiamo bisogno che venga riconosciuto che le differenze esistono.
Che le disuguaglianze esistono.
E che la responsabilità di eliminarle è collettiva.
Il punto non è dimostrare che siamo uguali.
Il punto è costruire una società accessibile, dove ognuno — con le proprie caratteristiche, anche quando sono più complesse — abbia le stesse opportunità di partecipare, esprimersi, lavorare, vivere.
L’inclusione vera non nasce dall’omologazione.
Nasce dalla progettazione consapevole.
E finché non inizieremo a parlare di accessibilità e pari opportunità con questa chiarezza, resteremo sempre un passo indietro rispetto a quello che potremmo essere.

